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Capitani Coraggiosi


Ferro magazine "La rivista di riferimento del settore" con a capo un uomo coraggioso e ostinato. 


Quando tutto e tutti sembravano dargli contro, lui ha preso in mano il timone della sua vita impostando un rotta ben precisa, come il protagonista del famoso romanzo di Rudyard Kipling
Decisione non facile e stimata nell'ambiente della carta stampata.
Ma scopriamo di più di questa realtà editoriale e dell'uomo che ne è a capo.
Intervistiamo Fabio Cormio il direttore della rivista Ferro. "


- Mese dopo mese, di Ferro si parla sempre di più. Un anno fa nemmeno esistevate, ora siete un fenomeno sulla bocca di tutti. C'è un segreto? 


Siamo l'unico mensile espressamente dedicato al mondo delle special "europee", principalmente cafe racer e scrambler. E questo certamente aiuta. Ma Ferro non è 'solo' una raccolta di belle moto, perché una moto senza un uomo (o una donna) è solo metallo. Divino, forse, ma pur sempre inanimato. Ecco perché ho voluto creare una rivista che rappresenti per gli appassionati un vero e proprio abbeveratoio di storie. Il successo e l'attenzione a questo magazine colpiscono anche me, come l'affetto delle centinaia di persone che ci scrivono, che in qualche modo "vogliono esserci". Il segreto? Forse c'è: le nostre pagine sono palpitanti di umanità, sono vere.


- E Fabio Cormio chi è?

Ho 38 anni, sono di Milano e faccio il giornalista da quando ne avevo 22. Ho cominciato per caso, dopo aver risposto a una specie di bando pubblicato su una di quelle vecchie riviste di annunci: ero alla ricerca di un lavoretto per racimolare qualche soldo per un amplificatore Marshall (ero fissato con le chitarre elettriche). Mi sono ritrovato, nel giri di pochi giorni, a scrivere testi per i programmi di un'emittente privata, a intervistare persone, a girare con un cameraman al seguito. Poi si sono aperte alcune porte: ho lavorato tanto per un paio di siti internet molto noti, in seguito (e a lungo) sono stato redattore-tester per una rivista di motociclette tra le più diffuse, poi molto altro. Ho avuto fortuna. Per almeno due motivi: il primo è che nel 2000, quando ho iniziato, l'ambiente era completamente diverso. Più aperto, più ricco. Per un ragazzo, quindici anni fa era ancora possibile provarci, era più probabile trovare qualcuno che scommettesse su di lui.
Il secondo motivo è che ho avuto il privilegio di condividere tempo e spazio con giornalisti molto più bravi di me, in redazioni di alto profilo. Da tutti ho provato a imparare qualcosa, o quantomeno ho ammirato come si faceva. Ora sarei tentato di fare un elenco di nomi... ma suonerebbe come una sviolinata. A quei signori (e signore) però devo molto, forse non li ho mai ringraziati come si deve.
In ogni caso, dall'inizio del 2013 mi sono trovato nella redazione di Cafe Racer Italia, una rivista con un passato tanto glorioso quanto discontinuo e frastagliato. Prima come coordinatore redazionale, poi come vicedirettore, ho contribuito ha portare in edicola una dozzina di numeri, prima che la casa editrice per vicissitudini varie collassasse. La "mia" rivista andava molto bene, quindi fu un trauma vederla naufragare così, proprio nel momento di maggiore ascesa di questo settore. Fu una vera sfiga. Per questo mi sono tirato su le maniche e ho provato a costruire un'altra storia dal nulla. Mi hanno riso in faccia in tanti. Qualcuno mi ha consigliato di fare il freelance, qualcun altro mi ha detto di lasciar perdere, ché tanto per l'editoria il tempo era scaduto... figurarsi per i giornali di carta.
Ma io avevo già deciso e sapevo che, se fosse stato necessario, avrei fatto tutto da solo. Per fortuna non è servito: certo, ho sbattuto il muso contro un sacco di porte chiuse, spesso all'ultimo momento. Sapessi quanta gente crede di poter prevedere il tuo futuro, si arroga il diritto di giudicarti senza conoscerti. Una risata li seppellirà.
Al contrario, in tanti mi hanno teso una mano, ho trovato persone entusiaste là dove non avrei creduto. Un paio di colleghi/amici condividono con me quest'esperienza dall'inizio, la loro presenza è più che preziosa, direi essenziale. Sono aiutato anche in famiglia, da mia moglie... ecco perché i dopocena sono fatti di impaginati, correzioni, stesure testi. Diciamo che il lavoro è a ciclo continuo. Chi mi ha sorpreso? Dj Ringo, sempre e solo in positivo. Non pensavo fosse così appassionato e disponibile. Mi dispiace invece aver dovuto rinunciare alla collaborazione di un altro amico, un giornalista di grande talento: in giro ce ne sono pochi così.


- Intanto Ferro sta per compiere un anno. 

Sì, abbiamo lanciato il numero uno al Motor Bike Expo 2015, un'esperienza esaltante. Il mio debutto da direttore, editore, espositore... tutto. L'anno scorso è stata una giostra, col successo oltre le aspettative del contest Il Ferro Dell'Anno, un format che col 2016 torna, ampliato e migliorato. Tra pochi giorni invece saremo all'Eicma, con uno stand compatto ma dal tasso "cafe" esagerato.
In questi giorni abbiamo portato in edicola Ferro #9, con la copertina dedicata ai ragazzi catanesi di Svako Motorcycles Inc. e alla loro vecchia R100 crivellata di colpi. Sono tipi in gamba.
Di personaggi stimolanti, comunque, grazie a Ferro ne ho incontrati parecchi: ricordo un'intervista a Max Pezzali, che si è trasformata in una lunga chiacchierata sulle moto speciali e sul concetto di libertà personale; ho amato poi la storia fresca e pulita di Julien Clement, il giovane designer della Scrambler, partito come semplice stagista. E continua a sorprendermi la gioiosa tenacia di Paolo Pirozzi, che solca il pianeta con le sue Ducati, un vero donchisciotte desmodromico.
Alcune storie le sto raccogliendo in un libro, scritto a quattro mani col collega Jeffrey Zani. S'intitolerà Cafe Racers e l'uscita è prevista per l'inverno.


- Siamo di fronte a un fenomeno di moda? Sai che io con barbe e camicie a quadri ho un conto aperto...

Lo so, lo so. Io alle mode faccio caso ma le vivo in modo marginale, ero e resto un tipo da giubbotto di pelle, jeans e anfibi consunti. Comunque penso sia fisiologico che questa cosa degli hipster e altri fenomeni correlati imbocchino il viale del tramonto. Tutt'altro destino prevedo invece per le moto speciali: dopo una ventina d'anni a caccia delle massime prestazioni, tanta gente (e finalmente anche le Case) ha capito che le moto hanno un'anima. Non tutte le moto. Ma alcune sì. E tutte le cose con un'anima devono essere rispettate perché possono essere fonte di soddisfazione e gioia. Io non sono un fanatico dello 'slow riding': ho avuto la fortuna di girare parecchio in pista, di provare moto di ogni tipo, di sentire l'adrenalina scorrere. Ma col tempo, come tanti, ho realizzato che un vecchio ferro può darti di più: le storie che porta con sé, mentre ti accompagna e certe volte sembra borbottare che è stanco, lo rendono più vivo, crudo, palpitante. Come un cuore. Come spero siano le nostre pagine.

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